Web 3.0 cos’è e cosa cambia rispetto al 2.0

Sempre più spesso si sta parlando di Web 3.0, un nuovo modo di concepire il concetto di internet. Ma chiediamoci esattamente: Web 3.0 cos’è? Partiamo dall’inizio, dalla nascita del Web.

Web 1.0: l’internet della lettura

Il primo internet è stato il Web 1.0, conosciuto anche come il Web statico. Questo tipo di Web è basato su tre tecnologie fondamentali che hanno cambiato il mondo:

  • HTML
  • URL
  • http

La nascita del primo Web è attribuita alla data del 6 Agosto 1991, data in cui Tim Berners-Lee pubblica il primo sito web la cui prima visita avvenne il 23 Agosto seguente.

Ma l’idea del web nasce poco prima, nel 1989, da un’esigenza del CERN di Ginevra. È in quel momento che Berners-Lee inizia a lavorare su un software per la condivisione in informazioni e documenti scientifici per favorire la collaborazione all’interno del famoso laboratorio europeo.

Berners-Lee inzia a lavorare sugli standard e sui protocolli utili allo scambio dei dati: il linguaggio HTML e il protocollo http.

Il Web 1.0 era una rete piuttosto statica e decisamente poco user-friendly. Nessun algoritmo, infatti, rendeva le pagine web facilmente fruibili o permetteva agli utenti di interagire con i contenuti.

2005: Nasce il Web 2.0

Nuovi siti web cominciano a popolare la rete. Sono siti web dinamici ed interattivi e gli utenti possono interagire con i contenuti proposti. Questo è reso possibile da tecnologie come:

  • Javascript
  • CSS
  • Html5

Grazie alla diffusione degli smartphone e delle app il Web 2.0 ha conosciuto una crescita estrema ed è stato denominato anche come Social Web. Una rivoluzione che ha cambiato come interagiamo, come ordiamo il cibo e come effettuiamo i pagamenti. Le aziende che hanno partecipato o guidato questo cambiamento hanno tratto da questo enorme successo: Google, Facebook, Youtube e Twitter sono solo le più conosciute.

Ma il ruolo di queste società è il punto chiave che ha portato l’esigenza di creare un nuovo tipo di internet.

Web 3.0 cos’è e come funziona 

Il Web 2.0 è controllato da queste innovative aziende, ormai mature, in quanto proprietarie delle relative piattaforme fruite dagli utenti. È un contesto in cui gli utenti non possono partecipare nella creazione di valore di queste realtà.

Il Web 3.0, la prossima generazione di internet, è costruito su protocolli decentralizzati dove gli utenti partecipano attivamente alla creazione di contenuti e, qui la differenza con il Web 2.0, nella gestione e nella proprietà della rete stessa.

Dietro il Web 3.0 vi è soprattutto la tecnologia della blockchain, come quella di Ethereum, per fare un esempio. Esistono già centinaia di applicazioni decentralizzate costruite nell’ambiente del Web 3.0. Queste applicazioni includono spesso un token nativo creato per aggiungere valore all’applicazione stessa. Questi asset, quindi, consentono a coloro che partecipano al network di partecipare e beneficiare anche del suo valore.

La centralizzazione del Web 2.0

Al momento, per svolgere una determinata attività online abbiamo bisogno di chiedere il permesso ad una fonte centralizzata, ovvero ad un server controllato dalla società che detiene la proprietà della piattaforma che stiamo utilizzando. Questo aspetto implica il fatto che internet sia un luogo fortemente centralizzato e ciò che gli utenti fanno online può essere anche totalmente limitato o manipolato da chi controlla i server.

I problemi del Web 2.0

Il primo problema del Web che conosciamo è rappresentato dal fatto che i server che lo mantengono possono andare offline. Se questo accade, non c’è alcun modo per le persone di accedere a dati, informazioni o interazioni di cui hanno bisogno.

Il secondo problema è costituito dalla sicurezza. Risulta infatti estremamente conveniente hackerare i dati online. Le persone – firmando ed accettando le policy – rilasciano i propri dati sulle piattaforme e devono fidarsi del fatto che quei dati siano messi sufficientemente in sicurezza dai proprietari.

Il terzo problema è quello del già citato controllo. Gli utenti possono utilizzare le loro piattaforme preferite, o le piattaforme di cui hanno bisogno, fintato che l’azienda controllante lo permette. Controllo che non sarà lasciato andare tanto facilmente vista la convenienza economica nel detenere il controllo sui codici, sui dati e sugli utenti.

Web 3.0 cos’è e come risolve questi problemi

Il Web 3.0 risolve i problemi sopra citati rendendo le persone non solo utenti, ma anche proprietari e sviluppatori allo stesso momento.

La differenza principale con il Web 2.0 è che nel Web 3.0 non ci sono database centralizzati in cui vengono immagazzinate le applicazioni e le informazioni. Con la blockchain, queste sono raccolte in un registro decentralizzato dove i diversi nodi della rete hanno un singolo scopo: mantenere la rete attiva. Se uno dei nodi dovesse risultare inattivo, la rete non andrebbe comunque offline. E se un nodo dovesse venire hackerato, la rete non verrebbe compromessa. Questo implica che gli utenti non devono fare nessuna azione di fiducia verso qualche server.

Il concetto di Permissionless

Tutto ciò che serve per collegarsi ad una DApp è collegarvi il proprio wallet. E se un utente decide di creare qualcosa di migliore all’interno del Network, può farlo senza dipendere da terze parti.

L’utilità dei token

Avere dei token delle DApp permette di avere una potenziale influenza sulla direzione che queste applicazioni possono prendere ed a condividerne il successo. Si tratta quindi di una realtà che può svilupparsi e migliorare grazie ad una comunità di persone diverse con un obiettivo comune.

I limiti del Web 3.0

Non è tutto oro quello che luccica. Sicuramente il Web 3.0 è lontano dal suo periodo di maturità e questo risulta evidenti da una serie di limitazioni.

Il primo limite è quello della scalabilità. Dal momento che si parla di una tecnologia decentralizzata, spesso i calcoli computazionali sono più lenti rispetto a quanto farebbe un server centralizzato. Questo problema deriva dal fatto che il tempo deve essere investito prima nella computazione dei blocchi e poi ci sarà lo spazio per gli aggiornamenti di una applicazione.

Il secondo limite è quello della user experience. Immergersi nel Web 3.0, potrebbe infatti essere per alcuni un’esperienza ostica. Molte persone potrebbero, ad esempio, avere difficoltà a configurare un wallet necessario per operare. O ancora, non tutti potrebbero sentirsi di conservare password, chiavi private e di approvare transazioni.

Il terzo limite riguarda i costi. Utilizzare il Web 3.0 significa utilizzare gli smart contract e la fruizione di questi comporta della fee, che non tutti, abituati al mondo apparentemente gratuito del Web 2.0, sono disposti a sostenere.

Possiamo individuare un ultimo limite, ovvero quello del rischio legato alla trasparenza. Per quanto la blockchain sia una tecnologia estremamente sicura, si tratta pur sempre di una tecnologia open-source. Chiunque può vederla, studiarla e, perché no, provare ad attaccarla.

Alcune persone, tra cui Jack Dorsey, il fondatore di Twitter, hanno dubbi sull’effettiva decentralizzazione del Web 3.0. Sostengono, più che altro, che il Web 3.0 sarà controllato dai VC. C’è però da dire che molti progetti, quando lanciati, adottano una Vesting Schedule proprio per evitare eventuali accentramenti di potere o manipolazione del prezzo del token. E comunque, è probabile che un Venture Capital abbia gli stessi interessi a lungo termine di un investitore retail verso un progetto.

Web 3.0 cos’è e cosa sarà? Non possiamo sapere esattamente quale sarà il futuro del Web 3.0. Ma è difficile pensare che qualcosa creato da una grossa community di persone che si uniscono spontaneamente per costruire qualcosa da cui ogni membro trae vantaggio possa miseramente fallire.

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